3. La casa “del fabbro”

3. La casa “del fabbro”

 

Area urbana, quadrante nord-occidentale, affacciata sulla Via Emilia

Scavi SABAP-BO e UNIVE 2005-18

Gli scavi archeologici sono iniziati nel 2005 e sono tuttora in corso. Della fase più antica della domus sappiamo poco poiché si trova in profondità, coperta dalle strutture delle fasi più recenti; per ora è stato individuato un pavimento a ‘cocciopesto’ (o battuto cementizio a base fittile) decorato con tessere musive e recante un riquadro centrale circolare (emblema) impreziosito da un reticolo di rombi e databile alla tarda età repubblicana (I secolo a.C.?).

Nel I secolo d.C. l’edificio raggiunse la massima estensione; planimetricamente si sviluppava secondo la successione atrio – peristilio ben nota nel mondo italico.

Sull’ampio atrio (a sud, adiacente alla via Emilia), uno spazio semiaperto, affacciavano diversi ambienti; procedendo verso nord si incontrava un secondo spazio aperto, un cortile pavimentato in mattoni e dotato di quadriportico, attorno al quale si distribuivano altri ambienti e strutture di servizio (la cucina, un pozzo), ma anche alcuni vani di pregio, riconoscibili grazie alle pavimentazioni a cocciopesto e ai frammenti di intonaco dipinto. Ancora più a nord, una stanza era probabilmente pavimentata a mosaico e riscaldata mediante un sistema ‘a ipocausto’, ovvero grazie ad un espediente tecnico che rialzava il pavimento sopra a suspensurae (colonnine in mattoni) in modo da creare un’intercapedine in cui poteva circolare aria riscaldata.

Tra il III e il IV secolo d.C. ampie porzioni della domus furono abbandonate, mentre altre vennero ripavimentate in terra battuta.

Questa profonda trasformazione edilizia si concluse nella tarda antichità, tra IV e V secolo d.C., quando si assistette anche ad un marcato cambiamento di tipo funzionale: nuovi divisori interni frazionarono gli antichi ambienti, pur rispettando, almeno in fondazione, l’andamento dei muri portanti. In particolare, i vani prossimi alla via Emilia hanno restituito diversi ‘punti di fuoco’ in mattoni calcinati dal calore e disposti sul piano di calpestio in terra battuta; inoltre, sono state scavate buche di varia grandezza e profondità e, tra i reperti recuperati (frammenti di recipienti in terracotta e vetri, ma anche monete di piccolo conio), sono state individuate alcune scorie ferrose a profilo concavo-convesso che rimandano all’attività di forge (= apprestamenti per la lavorazione del ferro).

Gli indicatori descritti rendono verosimile l’ipotesi che qui siano state installate delle ‘fucine’ (= officine di fabbri), nelle quali si riparavano attrezzi e si producevano nuovi manufatti; è probabile che questi vani fossero semiaperti anteriormente, verso la strada, mentre posteriormente erano separati tramite divisori in opus craticium (= telai in legno, ramaglie e terra) per essere adibiti a magazzini e/o abitazione. La presenza di un vano scala fa ipotizzare che l’edificio così trasformato dovesse avere almeno un sottotetto.

Le tante monete ritrovate, per lo più ‘spiccioli’ in bronzo, restituiscono l’immagine di un luogo destinato anche alla compravendita e allo scambio, magari degli stessi oggetti creati o riparati nelle officine.

La domus del fabbro è al centro di un progetto di archeologia sperimentale, che prevede la ricostruzione/riproduzione delle strutture murarie antiche mediante materiali e tecniche risalenti all’epoca.

Come tale, il sito è stato musealizzato nel 2014 e continua ad essere oggetto di studio e ricostruzione.

 

 

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